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  • silviabogliolo

Primo giorno. Odio le prime.


Primo giorno. Ho una prima.

Non ho grandi simpatie per le prime. Anche se una mia collega che insegnava alle medie mi dice che con i più piccoli è più facile lasciare il segno: qualcuno dei suoi alunni si è appassionato all’inglese, ha scelto il linguistico grazie a lei, mentre alle superiori i gusti secondo lei sono già delineati. Io credo invece che gli entusiasmi traspaiano di meno. Però è vero che finora nessuno dei miei alunni ha scelto di studiare Lingue all’Università.

Comunque ho 24 ragazzini sconosciuti davanti. Alcuni veramente bassi. Le prime file sorridenti e composte. Mi guardano negli occhi. Nelle ultime file gli imboscati, già al primo giorno di scuola. Hanno i telefoni in mano sotto il banco, uno addirittura il cappuccio della felpa tirato sulla testa. “Richiedo il capo scoperto” diceva una vecchia prof. in un’altra scuola. Già, ma forse non aveva mai avuto ragazze musulmane con l’hijab…

Li guardo. L’appello occupa 20 minuti buoni. La cosa più difficile è distinguere i nomi dai cognomi.

Il primo della lista è “Bakkali Brahim Yussef Brahim Said Brahim”. Sono già affranta. Siccome tento di fare la full immersion in inglese, domando: “Which is your name?” Me li dice tutti. “Which is the name, and which the surname?” insisto. Non sa la differenza. “How do they call you at home?” Muto…

Il compagno gli traduce, passiamo subito all’italiano. Scopro che il nome contiene tutta la genealogia: lui è Brahim, il padre Yussef, il nonno Brahim e così via, avo dopo avo. Evito di chiedere se sono davvero i nomi di 5 persone o se qualcuno ha un nome doppio. Il cognome è solo Bakkali.

Spagnoli e sudamericani hanno un po’ di storia di famiglia solo nel cognome… in confronto sono dei dilettanti!

Chiedo a ciascuno di presentarsi con qualche frase. Se sono incerti faccio una domanda, così li sento parlare: conosci già qualcuno nella classe? Hai una materia preferita, hai fratelli o sorelle? Sport, cani, gatti… Chi balbetta e invece chi non si cheta più e racconta la sua storia con dovizia di particolari (una minoranza degli alunni, devo dire). Nessuno dice “English” tra le materie preferite. Carenza di strategia scolastica…

Annoto sul mio quaderno qualche caratteristica che mi aiuti a riconoscerli: occhiali, ricciolini, nano, grasso. Molto scorretto, lo so. Vigilerò il quaderno come un cane mastino.

Finalmente è finito l’appello. Scrivo delle cose alla lavagna, per assegnare un breve esercizio.

“Prof: io non so leggere il corsivo!”

Mi giro: è testa incappucciata. “Come? Dove hai fatto le elementari?”

“Nel Mato Grosso.”

Parla un italiano perfetto, non è appena arrivato in Italia. Le medie di sicuro le ha fatte qui. Evito di commentare. Tra qualche giorno c’è un consiglio di classe, chiederò se ha presentato qualche certificazione: è dislessico? È bugiardo? È pazzo?

Per il momento mi limito a un “Ti leggo a voce alta quello che ho scritto” (glissare rapida sul problema) ma sono perplessa. Si tratterebbe solo di impararsi 21 simboli… come la prenderà se gli regalo un alfabetiere?

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